18 Capitolo

Epilogo l'incompiuto

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Stefano Pezzato

Rimangono nell’archivio alcuni progetti di Mariotti non realizzati. Nel 1992 egli s’inserisce prepotentemente nella diatriba sulla ripavimentazione di Piazza della Signoria,

suggerendo al Comune di Firenze di invitare artisti da tutto il mondo e di assegnare “a ognuno di loro una pietra della piazza perché la trasformi a piacimento”. La piazza, che ha perso inesorabilmente il proprio aspetto originario, potrebbe “essere resa alla contemporaneità e sfuggire a quei canoni dell’estetica in cui ormai è ridotta l’arte a Firenze, una categoria che paralizza tutto”. Egli immagina in questo modo la possibilità di “rimettere in moto la macchina che dette vita alle città, che i principi inventavano nei momenti di stanchezza: la fabbrica - come la fabbrica del Duomo, per esempio - che riporta la forza” (Mariotti, 1992). Nel 1995 propone allo stesso Comune un “progetto di arredo urbano” per Piazza della Passera (così viene definito nella dizione popolare, riportata su un’apposita targa in loco, uno slargo senza nome all’incrocio triangolare di tre viuzze nel quartiere di Santo Spirito), finalizzato “a recuperare la memoria degli allineamenti delle antiche proprietà Ridolfi i cui locali degenerati nell’uso e nella condizione (lupanari e gioco d’azzardo) furono demoliti alla fine dell’Ottocento”. L’ipotesi è di corredare tali allineamenti originali “attraverso un sistema di panchine di via tipiche del sistema architettonico fiorentino” per consentire di ricreare un luogo d’incontro e “favorire occasioni culturali di vario genere” (Mariotti, 1995). A questa proposta è collegato un progetto di “otto” iniziative da svolgere in altrettante finestre che si affacciano sulla piazza: “un quadro, una poesia, un suono, un racconto, una installazione, un matrimonio, la nascita di un bambino, un viaggio fotografico, un video, uno spogliarello”. Accompagnano il progetto una mappa a rilievo della piazza in terracotta e bronzo, analoga a quelle a suo tempo prodotte per Fire-nze (1985) e il Polittico di San Giovanni (1991), ed alcuni disegni che la riproducono in forma pubica al centro di un tronco femminile a forma di vaso. Contestualmente egli propone al Comune pure la donazione dell’intero corpus di “progetti di facciata” per la chiesa di Santo Spirito, con i quali ha realizzato le proiezioni di Piazza della Palla (1980). L’offerta prevede che questo “archivio” rimanga comunque all’interno del Caffè Ricchi a Santo Spirito, dove i progetti si trovano esposti in permanenza, ma che sia rinnovato ed arricchito di nuove proposte da proiettare annualmente. Per l’estate 1996 le proiezioni potrebbero concludere una settimana di eventi sul tema del “progetto per il silenzio urbano” (Mariotti), che dovrebbe includere anche un Festival annuale del cinema muto. Nello stesso 1996, in occasione della I Biennale della Moda di Firenze, Mariotti rivolge agli organizzatori della rassegna una proposta per Orsanmichele: “edificato dalla corporazione delle Arti per manifestare l’indivisibile rapporto fra arte ed economia, è il luogo deputato ad ospitare un evento che indica nella Moda l’erede naturale di una tradizione che nelle Arti trovò le ragioni della sua ricchezza, insieme mercantile e culturale”. Egli immagina di presentare, nei tabernacoli che si trovano temporaneamente vuoti per il restauro delle statue, “sei indossatori che vestono abiti contemporanei creati da grandi sarti (riferimenti alla tradizione). Sotto le nicchie potrebbero esserci i cantori delle Laudi, e anche musici (riferimenti alla tradizione)”. Si tratta di un’ultima proposta per rievocare e reinterpretare la storia fiorentina, attraverso cui giunge alla conclusione che, “delle Arti, L’Arte della Moda [che da il titolo alla Biennale] è forse l’unica che può unire l’operosità del territorio fiorentino con la sua visibilità culturale in una cultura economica internazionale” (Mariotti, 1996). Nell’estate 1996 inizia a scolpire un grosso Blocco di marmo di Carrara, regalato dal figlio, che ha fatto trasportare dalle cave Michelangelo nel giardino della sua “bottega” di via Toscanella. (l’opera, non finita, è stata recentemente trasferita al Parco dei Renai di Signa, in provincia di Firenze). La figura che intende far emergere dal marmo è indicata in alcuni Schizzi progettuali: si tratta di un nudo maschile inginocchiato, analogo all’inquietante Adamo in creta presentato alla Galleria Vivita nel 1986, con una mano su un ginocchio leggermente sollevato e l’altra che tiene una palla a terra; il corpo appare inciso con forme indicate in un disegno col termine di “bestiario”; sulla testa è suggerito il rilievo del “cervello”, mentre il braccio sollevato è associato al termine “logos”. Il discorso di Mariotti appare oscuro, il suo lavoro sul marmo rimarrà per sempre incompiuto, intrappolato come i famosi Prigioni fiorentini di Michelangelo nello sforzo di uscire dalla materia grezza.

All’inizio del 1997 egli compone un ultimo, tragico manifesto per il Punto Giovani di Firenze, servizio informativo rivolto a ragazzi con “problemi in famiglia, di coppia, con la scuola”: la mano che tiene fra le dita una palla rossa assume l’aspetto sinistro di un cadavere su fondo nero, consumato nella materia e livido nei colori. In questo caso l’inquietudine liberatoria della scultura lascia il posto ad un’immagine angosciante di morte. Sebbene questa sia l’ultima prova di Mariotti, ci piace ricordarlo con un’altra immagine che egli ha lasciato nel suo archivio, intitolata significativamente Luce (inclusa fra le opere esposte alla Galleria Vivita di Firenze nel 1986). È “l’impronta di una mano” nera dipinta a spruzzo, che emerge come una fantomatica “ombra” da un fondo altrettanto cupo; essa tuttavia è aperta come nell’atto di mandarci un saluto, di volerci accompagnare, ricordandoci che “la compagnia della nostra fedelissima ombra sembra ancora sufficiente a restituirci, con la complicità di una piccola luce, la nostra immaginazione, per ricondurci all’intatto stupore racchiuso nell’ambito della grotta: l’impronta di una mano, dalla quale non possiamo allontanarci” (Mariotti, Animani, 1980). Un’altra mano aperta, quella luminosa su cui egli ha impresso in rosso il proprio nome e cognome speculari intorno alla grande “M” tracciata dalle linee del suo palmo, che rappresenta insieme il segno autografo e il simbolo del suo autore, il suo primo strumento e la sua principale forma di espressione, il suo gesto e la sua parola, ci fa da guida in questa azione di riscoperta del suo immaginario poetico, delle sue invenzioni e creazioni. Come nel gioco fantastico e stimolante del “cerca/trova”, suggerito dallo stesso Mariotti nella sua opera/testamento e nel video Museo che ne attesta il sotterramento, ideato per farla ritrovare da qualcuno “fra qualche secolo” e farla finalmente ricordare “in un museo”, la ricerca nel suo archivio non si può esaurire in una sola volta. A questa prima indagine e alla mostra retrospettiva che documentano, in generale e per la prima volta, il suo intero percorso operativo, potranno seguire in futuro altre esplorazioni, altri “scavi” per far emergere, dallo stesso archivio, e approfondire settori specifici o aspetti particolari della sua ricerca: la composizione grafica per le copertine di libri, incluse quelle delle collane Il Castoro; l’ideazione di immagini per la comunicazione, con decine di manifesti, locandine, cartoline; la pratica del disegno, confluita in numerosi quaderni e fogli pieni di schizzi, bozzetti, progetti… In conclusione, a corredo di questo primo studio generale all’interno del suo archivio, si propone uno speciale percorso “sulle tracce” di Mario Mariotti, alla scoperta della sua fervida attività creativa concepita principalmente a e per Firenze (estesa anche a Vinci, Signa, Prato), ma proiettata soprattutto oltre i limiti culturali e commerciali della retorica antiquaria e del consumo turistico locale. Essa ci permette di attribuirgli forse il ruolo di principale, vero “artista di Firenze” nella seconda metà del Novecento; quello che, probabilmente più di tutti, l’ha amata e rappresentata, ne ha rievocato la storia e ricodificato la topografia, cercando i collegamenti possibili fra il suo passato e la sua contemporaneità interpretata attraverso una costante azione immaginativa e produttiva, nel tentativo personale e collettivo di liberarla dalla tentazione diffusa di cullarsi sui propri allori e confondersi nel riflesso della propria immagine.