16 Capitolo

La morte in scena

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Stefano Pezzato

Nel 1991, lo scoppio della I Guerra del Golfo in Kuwait ispira all’artista la prima di una serie di immagini di “morte”,

che si ripeteranno nella sua produzione successiva I corpi umani ridotti a brandelli sono contenuti in una grande coppa di ferro battuto, “vaso allegorico” realizzato per lo spettacolo Still Life della Florence Dance Company, con cui egli collabora dal 1987 (la ballerina e coreografa Marga Nativo è cognata di Mariotti). L’immagine della vita umana incarnata dai ballerini si trasforma nell’interpretazione coreografica di una “Natura Morta”, rappresentata da Mariotti anche nel logo nero, che riproduce la sagoma della famosa Canestra di frutta dipinta da Caravaggio e conservata alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano. A questa segue nel 1992, sempre per la Florence Dance Company, la “rappresentazione allegorica in forma di balletto dell’ultimo giorno della vita di Lorenzo” Il Magnifico, di cui Firenze celebra l’anniversario. La rappresentazione, intitolata Giuliano: Una morte fiorentina, ricostruisce il momento ideale del ricongiungimento fra Lorenzo e il fratello scomparso proponendo “il gioco della memoria come emblematico della condizione umana” (Mariotti, Giuliano, 1992). Nell’occasione Mariotti ritorna alle origini della sua attività per il teatro e compone una scenografia con le quattro sagome delle sculture monumentali di Michelangelo nella Cappella medicea, a cui corrispondono “le fasi della vita interpretate dalle raffigurazioni coreografiche” (Aurora, infanzia/gioco; Giorno, giovinezza/amore; Crepuscolo, maturità/potere; Notte, morte/memoria). Al fondo della scenografia si ergono i troni di Lorenzo, che veste di rosso, e di Giuliano, che veste di nero, mentre al centro si muove la figura dell’Androgino, “segno di collegamento fra le varie scene” che interpreta “la doppiezza della rappresentazione (classica e popolare, tragica e comica)”. La riduzione scenica si suddivide, come spesso avviene nelle azioni ideate da Mariotti, in parti rigorosamente calcolate: quattro frazioni di sei minuti, una per ciascuna allegoria, e un totale di ventiquattro minuti corrispondenti alle ore del giorno; ogni minuto è scandito “da un tocco” e “da un cambiamento coreografico” (la colonna sonora è di Andrea Mariotti, come nel caso del Balletto con la luna interpretato da Keith Ferrone e Marga Nativo a Capri). L’ossessiva scansione temporale si conclude con l’apertura progressiva del fondale e l’uscita finale dei danzatori dallo spazio rimasto vuoto.

Lo spettacolo è replicato, con successo, nell’ottobre dello stesso anno al Joice Theatre di New York e ricostruito scenicamente per la prima edizione del Festival “Fabbrica Europa” all’ex Stazione Leopolda di Firenze nell’ottobre 1994. Ad esso è associata, nel 1992, anche un’azione di Mariotti sull’Arno, svolta al Central Park a New York, che funge da “prologo” pur annunciandosi come un tragico epilogo: nel Trionfo della Morte egli si cala dentro un’imbarcazione a remi, chiusa e nera come una bara, che scivola solitaria sull’acqua. Segue, nel 1994, l’autorappresentazione ironica di Quella volta che sono morto, presentata al Centro Di a Firenze: otto tavole con scrittura braille, che aveva già fatto la propria apparizione in (fuori testo), nelle quali cui Mariotti ricorda in modo fantasioso, apparentemente autodivertito e certamente esorcistico, sette episodi in cui ha rischiato effettivamente di perire fra il 1973 e il 1993. L’ottava tavola, in realtà la prima della serie (da cui è tratta la citazione riportata in apertura di questa analisi del lavoro di Mariotti), ha la funzione di introdurre sia “i racconti” successivi sia “le immagini fotografiche” che li accompagnano, nel cui insieme, egli annuncia, “è contenuto il fantasma della mia morte [...] l’immagine che tu vedi, senza leggere e la scrittura che tu leggi, senza vedere” (Mariotti, "Quella volta che sono morto", 1994). Nel 1995 espone allo spazio comunale del Parterre di Firenze una serie di cartoni dipinti sul tema metaforico delle Catene (1995), dove mescola l’amara visione già presente negli ultimi lavori, citazioni dell’arte del Novecento ed in particolare della Metafisica, una figurazione asciutta nel disegno e piatta nella stesura dei colori. Nell’ottobre 1995 promuove quindi l’esposizione collettiva di un’ingombrante “quadreria di arte contemporanea” all’ex Stazione Leopolda di Firenze. La mostra s’intitola simbolicamente Al muro! ed è accompagnata da un’ultimo, infuocato proclama di Mariotti, che si fa portavoce del malessere diffuso tra gli artisti attivi a Firenze nei confronti dei rappresentanti delle istituzioni politiche e culturali della città: “se leviamo il disturbo non fate gli ipocriti: non ci avete mai visti. E fate come sempre, non venite: forse non reggereste alla vista di tanti ex voti. No, non promettete più nulla, ormai è deciso. Noi togliamo il disturbo, ma almeno il muro lo scegliamo noi. Caricare! Puntare! Fuoco!” (Al muro!, Fabbrica Europa, Firenze 1995​.