13 Capitolo

Presente e passato

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Stefano Pezzato

Mariotti è un assertore convinto dell’autentica “vocazione” di Firenze per l'arte e un fiero oppositore di quanti, in città, une approfittano per vivere di usura culturale e di rendita patrimoniale" (Mariotti, Fire- nze, 1985)

Le sue imprese" pubbliche (Dama di Bacco, Piazza della Palla, Fire-nze) sono il tentativo di recuperare un'operatività artistica ereditaria e di renderla democraticamente accessibile al maggior numero di persone. Egli si ritrova così, simultaneamente, a richiamare la storia dell'arte e ad affermare la qualità della produzione artistica attuale, a ricercare l’allargamento del consenso ed il riconoscimento economico per l'attività creativa del presente e a contrastare la diffusione commerciale del consumo culturale del passato. A questo apparente paradosso aveva già cercato di dare risposta: nel 1974 con una produzione di design che include l’antica pratica dell’Arti-giano, simbolicamente rappresentata da un Giano bifronte con i profili dei fratelli Mario e Marcello Mariotti; nel 1975 con il Profllo di imperatore, incentrato sui temi della classicità, dell'artisticità e della variazione; nel 1976 e 1977 con le proiezioni di immagini dell’Archivio Alinari in (XX) e in Belvedere, sui temi del modello e della ripetizione; nel 1978 con Extructo, sui temi della riproducibilità e dell'autenticità; nel 1979 con la Dama di Bacco, costruzione reale tratta da un falso Leonardo che estende su scala pubblica il tema del gioco popolare già sperimentato con il letterario Gioco di Ulisse (1969; un gioco dell'oca" sull’Odissea di Omero prodotto per le edizioni Calderini, Bologna). Dalla metà degli anni ottanta, in concomitanza con lo sviluppo dei suoi lavori sulle “mani”, Mariotti rivolge con decisione la propria ricerca artistica alla matrice fiorentina del disegno (Fire-nze ha voluto, vorrebbe e dovrà dire disegno") e all'unicità manuale della pittura e della scultura. Nel maggio 1986 tiene un’ampia personale alla Galleria Vivita di Firenze, che diventa l’occasione per presentare opere nuove e documentare la sua attività passata. Emblema della mostra è il Vaso François (1985), rielaborazione contemporanea del famoso cratere in terracotta a volute rinvenuto in una necropoli etrusca di Chiusi ed oggi conservato al Museo archeologico nazionale di Firenze, decorato da Mariotti con una raffigurazione mitologica attualizzata e popolare, l'amore fantastico quanto impossibile tra la ninfa Dafne e il burattino Finocchio. La storia d'ispirazione letteraria della fatale attrazione/repulsione di Pinocchio e Dafne (1985-86) si sviluppa inoltre in una serie di quadri ad olio dipinti in forma anacronistica, postmoderna, frivola e talvolta volgare, in cui emergono un'accentuata componente ludica e liberatoria e uno stile grafico schematico e inespressivo. Nella stessa serie figurano anche sperimentazioni plastiche e citazioniste, a rilievo su polistitolo, a mosaico e su tondo. A queste si associano le creazioni di sculture/ oggetti come Artificio, albero d'ulivo reciso le cui foglie sono sostituite da riproduzioni in legno che ricordano l’esperienza genealogica di Arti-giano; Apelle flglio di Apollo, colonnina classicheggiante sormontata da un’irrisoria Palla di pelle di pollo tratta dal popolare scioglilingua; San Sebastiano, rivisitazione iconografica del santo cristiano. Fra le sculture compaiono poi le raffigurazioni simboliche modellate in creta di Adamo ed Eva , i leggendari progenitori di un’umanità corrotta e dissacrata, a cui aggiunge un androgino Madam I’madam. Nel Telo di Vivita (1983) ripropone un immaginifico insieme di Profili lunari dipinti a spruzzo su fondo nero, mentre nel Telo di Avignone (realizzato per la rassegna Le vivant et l’artificiel del 1985 nella città francese) presenta le impronte di mani in negativo realizzate con una tecnica analoga su fondo bianco, spingendo l’esecuzione pittorica alla rievocazione dei primordi della “rappresentazione di immagini simboliche”, già indicata all’inizio del lavoro sulle “mani” (Mariotti, Animani, 1980). L’attualità contemporanea appare invece in forma iconica ed ironica nella storica contrapposizione fra Stati Uniti e Unione Sovietica, riprodotta con l’antica tecnica a sbalzo su lastre metalliche nel cappello da cowboy (E viva il cappello stellare del west) e nel pugno alzato (E viva il grigio autentico dell’est).Riguardo all’interpretazione della sua ricerca artistica, nel catalogo di questa significativa mostra fiorentina, Mariotti formula un’amara “proposizione”:

“Il mio lavoro è dedicato a quanti, e sono quasi troppi, che dell’arte non ne vogliono proprio sapere e in nessun modo la vogliono conoscere (che non passeranno in queste stanze e non si fermeranno su queste righe, se non per sbaglio) ma si contentano di considerarla, con istintiva diffidenza, una cosa semplicemente straordinaria” (Mariotti, Galleria Vivita, Firenze 1986). Per la mostra collettiva Dada/ David al Loli’s Emporium di Firenze dell’anno successivo, concepisce una copia in gesso del capolavoro michelangiolesco (David) , 1987) rivisitato in forma neodadaista, con un sasso che lo colpisce alla testa e lo fa grondare di sangue (seguendo alla lettera il proverbio: “chi la fa l’aspetti”). Nello stesso periodo interviene pittoricamente sulle riproduzioni di una monografia di Raffaello, che ricopre e mescola con le figure farsesche e deformanti di Pinocchio e Dafne. Lo stesso approccio, aggressivo e beffardo, è riproposto nelle caotiche composizioni di figure grottesche su fondo nero dipinte ad acrilico su due grandi tele plastificate, in occasione dell’esposizione International Mail-Art and Visual Poetry a Patrasso (1987). Ancora nel 1987, Mariotti realizza il logo e le decorazioni per il ristorante Mezzogiorno a New York, in cui riproduce l’immagine del coppiere (già utilizzata nel 1973 per l’autobiografico Fante di Coppe) ripresa dalla lunetta del Cristo davanti a Pilato dipinta da Pontormo nella Certosa del Galluzzo a Firenze: “figura quasi danzante, tornita dai misurati contrapposti, la sigla dell’eleganza civile pervasa di sprezzatura” (Cristina Acidini Luchinat, Da Pontormo & per Pontormo, 1996).